Mediterraneo

Dal punto di vista geografico l’Italia, Sicilia compresa, divide esattamente in due il Mediterraneo. Le sue lunghissime coste contano numerosi porti, importantissimi dal punto di vista commerciale e militare.

Le importanti piazzeforti della marina militare (come Taranto e La Spezia) sono cruciali per lo scacchiere bellico nel Mediterraneo. L’Italia conta una notevole forza marittima, le sue navi, anche se non sono certamente le più forti, potenzialmente possono mettere in seria difficoltà il nemico sulle acque mediterranee. Inoltre, l’Italia conta la flotta sottomarina più grande al mondo.

Tuttavia, contrariamente a quanto si possa immaginare dopo questa premessa, sarebbe sbagliato pensare alla guerra che si combatte tra Italia ed Alleati nel Mediterraneo come ad un conflitto ricco di scontri, battaglie con esiti altalenanti.

Infatti, sono pochi gli eventi che costituiscono la catena dei fatti della guerra marittima italiana tra il 1940 e il 1943.

I primi scontri sono costituiti dalla battaglia di Punta Stilo (avvenuta tra l’8 e il 9 luglio 1940) e quella di Capo Teulada (del 27 novembre 1940). Battaglie che mettono subito l’accento sulla difficoltà che ha la marina italiana di porsi in un’ottica di guerra marittima moderna. La Seconda guerra mondiale pone in evidenza, infatti, che il punto di forza fondamentale per la supremazia sui mari sono le portaerei. Le grandi battaglie navali, come quella delle isole Midway (combattuta nel Pacifico nel 1942) dimostrano proprio che è la sinergia tra arma aerea e arma navale a costituire il nerbo della forza marittima, e il centro di tale rapporto di forza cade proprio sulla forza aerea, senza la quale i convogli navali sono pressocché totalmente vulnerabili alle azioni nemiche.

Non disponendo di portaerei, né di una strategia complessiva che ponga in dialogo aeronautica e marina militare, l’inferiorità navale dell’Italia è pressocché evidente.

A ciò si aggiunga l’attacco notturno a sorpresa dell’11 novembre del 1940 contro la base di Taranto, nonché la battaglia di Capo Matapan (27 e 28 marzo 1941): l’audacia dell’attacco da parte dei britannici mette in risalto il forte timore degli ammiragli italiani di esporre le proprie navi sullo scacchiere Mediterraneo, nonché un’inferiorità tecnologica determinante (i britannici dispongono del radar, cosa che gli italiani non hanno).

Punta Stilo, Capo Teulada, Capo Matapan, Taranto stanno a dimostrare che già all’inizio della guerra la capacità di iniziativa italiana sul mare è pressocché inesistente. La superiorità britannica è incontrastata.

Essenzialmente la marina militare si limita, negli anni successivi, a scortare i convogli di rifornimento tra il continente e l’Africa Settentrionale e i trasporti di prigionieri o di truppe del Regio Esercito dai Balcani all’Italia (anche se non mancheranno azioni audaci da parte di piccoli gruppi d’operazione).

La fine della marina italiana nella guerra del 1940-1943 è emblematica. Tra l’agosto e il settembre 1943 la flotta italiana si raduna nella piazzaforte di La Spezia. È necessario contrastare l’enorme flotta angloamericana concentrata in Sicilia (dopo lo sbarco del luglio precedente) e che si pensa possa muovere verso settentrione (è invece destinata allo sbarco di Salerno).

Ma la battaglia decisiva contro la flotta nemica non avverrà mai. L’8 settembre e gli avvenimenti conseguenti all’improvviso annuncio dell’armistizio portano gli ammiragli italiani a tentare di salvare dai tedeschi la flotta nei porti degli Alleati. Ci riescono, anche se con costi spesso gravi, come la corazzata “Roma”, affondata da bombardieri tedeschi al largo della Sardegna pochi giorni dopo l’armistizio.

Nei due anni successivi solo una parte della flotta italiana sarà utilizzata dagli angloamericani e solamente per azioni di secondaria importanza.

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